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Elias: il contratto di un mese #8


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
20.02.2026    |    36.166    |    0 8.7
"Barbara mi cosparse il culo di crema anestetica, dita fredde che sfregavano l’apertura dilatata, odore di mentolo pungente..."
Tornai a casa quel sabato mattina con il corpo che sembrava un campo di battaglia: il culo bruciava ancora dal plug e dalla scopata della sera prima, la prostata gonfia e sensibile pulsava a ogni passo, la gabbia metallica sfregava contro la pelle arrossata del cazzo imprigionato, un dolore sordo e costante che mi accompagnava come un secondo battito cardiaco. L’odore del piscio di Aurora mi era rimasto impregnato sulla faccia e sui capelli – acre, ammoniacale, salato – un ricordo umiliante che non riuscivo a scrollarmi di dosso nemmeno con la mente. Entrai nel mio appartamento, la porta che si chiuse con un tonfo sordo dietro di me, e per un attimo mi sentii solo, libero, quasi umano. Ma era un’illusione: il collare al collo tintinnava piano, l’incisione “Schiavo di B. & A.” che sfregava contro la clavicola come un marchio vivo.
Mi diressi subito in bagno. Mi spogliai lentamente, il rumore dei vestiti che cadevano sul pavimento di piastrelle bianche che echeggiava nel silenzio. Guardai il mio corpo nello specchio appannato: segni rossi sulle palle dai calci, capezzoli gonfi dalle torsioni, il culo arrossato e dilatato, la gabbia che imprigionava il cazzo in una forma patetica, schiacciata. Mi sentivo spezzato, umiliato, ma anche stranamente intero: ero loro, sfogato, usato, amato in quel modo distorto e crudele che solo loro sapevano darmi.
Prima la gabbia. Presi la chiave che Aurora mi aveva lasciato – un piccolo lucchetto a forma di cuore che tintinnò quando lo aprii. Il metallo freddo sfregò contro la pelle sensibile mentre la gabbia si apriva, un sollievo momentaneo che si trasformò in dolore: il cazzo, compresso per giorni, si gonfiò rapido, rosso, pulsante, un calore interno che mi fece gemere piano. Il glande uscì dalla prigione, sensibile, quasi dolorante al contatto con l’aria. Lo toccai piano, la pelle arrossata e irritata, un bruciore lieve che mi fece stringere i denti. Poi il plug. Mi chinai sulla vasca, le mani tremanti che afferrarono la base. Lo estrassi lentamente: rumore umido, appiccicoso, il vuoto improvviso che mi fece gemere, l’ano dilatato che pulsava, bruciante, vuoto. Un filo di lubrificante alla menta colò fuori, odore fresco e pungente che mi salì al naso, mescolato al mio odore intimo di sudore e sesso vecchio.
Mi lavai sotto la doccia. Acqua calda che scrosciava sul corpo, rumore bianco che copriva i miei singhiozzi sommessi. Lavai il viso dal piscio secco, il sapore acre che ancora mi rimaneva in bocca, strofinai il culo arrossato con sapone neutro – bruciore intenso quando l’acqua colpiva l’apertura dilatata, lacrime che si mescolavano all’acqua. Il cazzo, libero, si indurì sotto il getto caldo, ma non lo toccai: sapevo che era proibito, che ogni piacere spettava solo a loro. Mi sentivo pulito fuori, ma dentro ero sporco, marchiato, loro. Mi asciugai con l’asciugamano ruvido, la pelle che bruciava leggermente, poi mi sdraiai sul letto per un’ora, nudo, a fissare il soffitto. Il sabato mattina era mio: pulii casa, feci la lavatrice, sistemai le faccende arretrate – rumori di aspirapolvere, acqua che scorreva nel lavandino, odore di detersivo al limone – ma ogni movimento mi ricordava il plug che non c’era più, la gabbia che non c’era più, e la paura di ciò che mi aspettava da Barbara nel pomeriggio. Sapevo che sarebbe stato difficile. Sapevo che lei aveva “una sorpresa”. E quella parola, dalla sua bocca, mi terrorizzava e mi eccitava allo stesso tempo.
Alle 14:00 mi preparai. In bagno, davanti allo specchio appannato, mi infilai di nuovo il plug da 5 cm. Lubrificante freddo alla menta, odore pungente che mi riempì le narici. Lo spinsi dentro lentamente: bruciore iniziale, la testa larga che dilatava l’apertura sensibile, un dolore sordo che si irradiava alla prostata, gemito sommesso mentre la base premeva contro le natiche. Poi la gabbia: l’anello doppio intorno alla base, metallo freddo che mordeva la pelle, il cazzo piegato e schiacciato dentro la prigione piatta, clic del lucchetto che echeggiò nel bagno come una sentenza. Mi vestii: pantaloni larghi, maglietta, scarpe. Il plug si sentiva a ogni passo, la gabbia sfregava, un promemoria costante mentre guidavo verso casa di Barbara.
Arrivai alle 15:00 precise. Bussai. Nessuna risposta. Il cuore accelerò. Tirai fuori la copia delle chiavi che mi avevano dato – metallo freddo contro il palmo sudato – e aprii. La porta cigolò piano. L’aria della villa mi avvolse: vaniglia calda dal profumo di Barbara, incenso alla cannella, e qualcosa di più crudo – sudore maschile, sesso fresco, odore di cazzo e fica mischiati. Dal salotto provenivano rumori: gemiti femminili, schiocchi ritmici di carne contro carne, cigolio del divano.
Entrai. Barbara era lì, nuda, a cavalcioni su un uomo tatuato, muscoloso, capelli rasati, braccia coperte di inchiostro nero. Lo cavalcava con forza, il cazzo grosso che entrava e usciva dalla sua fica bagnata, rumori umidi, schiocchi, lei che gemeva con la testa all’indietro, capelli castani che le ricadevano sulla schiena sudata. L’uomo grugniva, mani sui suoi fianchi che la guidavano. Quando mi videro, non si fermarono. Barbara mi guardò, occhi brillanti di eccitazione, un sorriso crudele sulle labbra: “Entra, schiavo. Spogliati.”
Obbedii, le mani tremanti che toglievano i vestiti – maglietta che cadeva, pantaloni che frusciavano, boxer che lasciavano esposta la gabbia e il plug. Nudo, in piedi sulla soglia, il plug che premeva costante, la gabbia che scintillava. Barbara continuò a muoversi sul cazzo dell’uomo, lenta, profonda, gemendo piano mentre mi fissava. “Vieni più vicino.” Mi avvicinai, il parquet freddo sotto i piedi nudi. Lei si chinò, le dita fredde che afferrarono il plug nel mio culo, lo spinsero più in fondo – un dolore sordo che mi fece gemere. “Vedi qui c’è da lavorare,” disse all’uomo, ridendo, la voce ansimante. Poi mi prese le palle, le strinse forte, un dolore acuto, bruciante, che mi piegò in due, lacrime che colarono. “Puttana pronta per te,” disse.
L’uomo rise, un suono profondo, gutturale. “Meglio che ci fermiamo e mi metto all’opera, altrimenti non finiamo.” Si sfilò da sotto Barbara con un rumore umido, il cazzo lucido di lei, grosso, venoso, ancora duro. Barbara rimase insoddisfatta, la fica bagnata, lucida, l’odore muschiato che saliva dal basso. Si alzò, mi fece sdraiare a terra sul tappeto morbido ma ruvido. “Sdraiati supino. Ora tocca a me venire.” Si accovacciò sulla mia faccia, le cosce calde che premevano sulle mie guance, la fica bagnata sopra la mia bocca aperta. “Lecca.” La lingua entrò nel solco umido, sapore dolce-amaro, salato, odore muschiato intenso che mi riempì le narici. Lei si mosse, sfregando il clitoride contro il mio naso, gemendo forte, rumori umidi mentre si masturbava sulla mia faccia. Venì con un urlo roco, un getto caldo di umori che mi bagnò il viso, la bocca, le lacrime che si mescolavano al suo piacere. “Bravo, schiavo. Pulisci bene.”
L’uomo, nel frattempo, aveva sistemato il lettino al centro della stanza – un lettino da tatuaggi nero, con cinghie di cuoio, odore di disinfettante e pelle nuova. Barbara, soddisfatta finalmente, si alzò dalla mia faccia, il suo sapore ancora sulle labbra, e mi guardò con un sorriso crudele. “La tua sorpresa, Elias. Oggi tatueremo il tuo buco del culo. Disegneremo tutto intorno una fica realistica, così sarai invitante per sempre. Una fica per il nostro frocio.”
Il terrore mi strinse lo stomaco. Mi legarono al lettino: polsi e caviglie fissati con cinghie di cuoio che mordevano la pelle, culo esposto in alto, gambe divaricate. Bendato di nuovo, buio totale, solo rumori: il tatuatore che preparava gli aghi – ronzio elettrico, odore di inchiostro fresco e disinfettante – musica rock bassa dalle casse, chitarre distorte che pulsavano come il mio cuore. Barbara mi cosparse il culo di crema anestetica, dita fredde che sfregavano l’apertura dilatata, odore di mentolo pungente. “Rilassati, schiavo. Sarà doloroso, ma te lo meriti.”
Il tatuatore iniziò. Aghi che pungevano la pelle intorno all’ano: un bruciore lancinante, come fuoco che si irradiava dalla carne, rumori ronzanti dell’ago che entrava e usciva, inchiostro rosso, rosa, viola che mi dipingeva la pelle. Ogni punto era una tortura: fitte acute che mi facevano urlare, corpo che si tendeva contro le cinghie, lacrime che colavano sotto la benda. Il dolore era profondo, intimo, umiliante: mi stavano trasformando il buco del culo in una fica, un simbolo permanente della mia femminilizzazione, della mia nullità. Barbara rideva piano, sussurrando: “Senti come ti apre? Ora sei proprio una troia con la fica tatuata.” Il tatuatore lavorava con precisione, ore di aghi che trafiggevano, colori vividi che si depositavano sulla pelle arrossata, bruciore che non passava, odore di sangue misto a inchiostro che mi saliva al naso. Piangevo, gemendo, implorando piano, ma non potevo dire nulla – ero loro, un oggetto da marchiare.
Quando finì, il tatuatore tolse la benda. Vidi il risultato nello specchio che Barbara mi mise davanti: intorno al mio ano, una vagina realistica, labbra rosa carnose, clitoride dettagliato, colori vividi che brillavano sulla pelle arrossata e gonfia. Era bellissimo e orribile allo stesso tempo. Il tatuatore, eccitato, non resistette. “Ora vediamo quanto è invitante,” disse ridendo. Barbara sorrise: “Finalmente prendi un cazzo vero, frocio.” Mi tennero fermo, gambe divaricate. Lui si lubrificò il cazzo – grosso, venoso, caldo – e lo spinse dentro: dolore lancinante, come se mi spaccassero in due, la testa larga che forzava l’apertura fresca tatuata, un bruciore fuoco che mi fece urlare. Spinse fino in fondo, rumori umidi, schiocchi, la prostata martoriata che pulsava, un misto di agonia e stimolazione perversa. Piangevo, singhiozzavo, l’umiliazione totale di essere inculato da uno sconosciuto, il primo cazzo vero, mentre Barbara e Aurora guardavano, eccitate. “Frocio… troia… senti come ti riempie,” sussurrava Barbara, le dita che torcevano i miei capezzoli.
Lui scopò forte, ritmico, ogni affondo un colpo che mi spezzava, gemiti rochi che uscivano dalla mia gola, lacrime che colavano. Venì dentro, sborra calda, densa, che mi riempì il culo, un calore viscido che bruciava sulla pelle tatuata fresca. Poi si sfilò, sborrò ancora fuori, sul tatuaggio – schizzi bianchi, caldi, appiccicosi che colavano sulle labbra disegnate, odore acre di sperma fresco misto a inchiostro. “Questa crema ti fa bene,” disse ridendo, “ma non dovrai prenderla per i prossimi 10 giorni. Solo la crema che ti do io.”
Barbara rise, un suono basso, eccitato. “Cerco di organizzarmi. Ho una certa idea su come mettere la crema.” Mi guardò con occhi possessivi, crudeli, mentre il tatuatore mi ordinava: “Puliscimi il cazzo.” Aprii la bocca, il sapore di merda, sperma, inchiostro fresco che mi bruciò la lingua, rumori umidi mentre succhiavo, lui che gemeva spingendo in fondo, l’umiliazione finale di essere la “pulitrice” dopo essere stato marchiato e inculato.
Quando finì, mi lasciarono lì, legato al lettino, il culo dolorante, tatuato, pieno di sborra che colava sul disegno fresco, bruciore intenso sulla pelle appena inchiostrata. Barbara e Aurora si guardarono, sorridendo. “Chiamiamo Aurora,” disse Barbara. Al telefono: “È andata benissimo. Il tatuaggio è perfetto. Dobbiamo estendere questa prova… a tempo indefinito.” Aurora rispose eccitata: “Sì. Non lo lasciamo più andare. È nostro per sempre.”
E io, sdraiato lì, dolorante, umiliato, marchiato per sempre, capii che non c’era più via di ritorno. Ero loro. Completamente.

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